Incontro a Fossato di Vico 31 marzo 2015 il ruolo della donna belle religioni monoteiste

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(intervento di Salvatore Frigerio Monastero Camaldolese di Monte Giove - Fano)

DONNE NEL PRIMO e SECONDO TESTAMENTO

Una delle difficoltà che incontriamo leggendo le pagine della Bibbia è quella dell’impatto con una cultura estranea alla nostra occidentale ma “letta” da occidentali che non la conoscono. Anzitutto il nostro è un approccio simile a quello con cui ci accingiamo a leggere il giornale, pensando di trovarvi notizie di cronaca corrispondente alla realtà delle persone, dei luoghi, dei tempi che vi sono pubblicati. Inoltre pensiamo che si tratti di un libro scritto e pubblicato in un lasso di tempo non precisato ma breve, come avviene oggi per le pubblicazioni non scientifiche. Dobbiamo anzitutto sfatare queste convinzioni. “Bibbia” significa “biblioteca” e dunque raccolta di libri che, nel nostro caso, sono 73. La scrittura di questa “raccolta” copre lo spazio di circa 1200 anni, dal primo libro, il Deuteronomio, agli ultimi libri del Nuovo Testamento. Inoltre l’ordine “canonico” nel quale ci sono consegnati non corrisponde all’ordine cronologico della loro redazione, per un motivo teologico che dobbiamo conoscere, perché non è casuale. E’ però molto importante conoscere il tempo della loro redazione per comprendere il motivo per cui sono stati scritti e la cultura diversa, evoluta nel tempo, che li ha prodotti. Questo spiega il motivo di testi che sembrano tra loro contradditori, mentre sono il frutto dell’evoluzione del pensiero umano e dunque della comprensione e sperimentazione del rapporto con se stessi, con gli altri, con l’ambiente e soprattutto con il divino, inteso quest’ultimo anche nelle accezioni diversificate nel tempo e nello spazio. Qui possiamo affermare che nella Bibbia non c’è, come qualcuno potrebbe dire, “il tutto e il contrario di tutto”, ma “l’evoluzione del tutto”. Questo allora ci permette di capire a di apprezzare la presenza di pagine posteriori nel tempo, che contraddicono pagine antecedenti, a volte addirittura contestandole. Sì, possiamo dire che la Bibbia ha in sé la contestazione alla Bibbia. Dimostrazione di questo è data dai testi che riguardano le donne. Il Libro più antico ricordato sopra è il Deuteronomio (lo stesso nome lo dice tale), di cui abbiamo memoria nella prima metà del secolo VII a.C., redatto in tempi di forte crisi del regno, crisi politica e religiosa. La necessità di una riforma religiosa di forte impatto fu tentata con questo Libro che per la prima volta riuniva le tradizioni antiche, orali, dei Patriarchi, attribuendo a loro usi, costumi e leggi di cui si sentiva il bisogno. La necessità di una continua difesa dai popoli e regni limitrofi, la caduta d’Israele nel 721, e la persistente minaccia Assira su Giuda, e inoltre una serie di re che metteva in pericolo la religione yahvista, richiese una legge scritta di forte severità e garante di una prolifica generazione di uomini per la difesa del Paese e della Religione, sempre legata alle situazioni politiche. Ciò produsse leggi rigidissime nei confronti della donna, intesa solo quale fattrice di figli e, nel caso di sterilità, definita “morta e causa della morte del marito” in quanto lo privava della discendenza. Il libro del Levitico fu scritto dopo il ritorno di Israele dall’esilio babilonese (598. 587- 538 a.C), quando si trattò di ricostruire letteralmente un popolo e una nazione ex novo. Occorrevano leggi ferree, e tali furono, fondamentaliste al punto che avevano valore religioso e civile insieme, così che il Capo civile puniva con morte frequente anche i “peccati” di carattere morale religioso. Per questo la legge del Levitico si rifà in modo ampio e determinante al Deuteronomio, per riaffermare gli antichi valori. Venne scritta nel V secolo a.C. e anche in essa il ruolo della donna fu ribadito dal Deuteronomio ma con ulteriore durezza e dovizia di particolari sul suo ruolo dipendente e considerato immondo in quanto mestruata. La sua condizione si aggravò ulteriormente, passiva di condanne mortali, dalla lapidazione al fuoco, alla forca. Nessun riconoscimento sociale e religioso, fino al matrimonio deciso dal capo clan, dopo del quale diventava la ”donna” del marito assegnato, al quale doveva partorire i figli generati da lui (il primogenito doveva essere maschio, se femmina poteva essere buttata), e la serva del clan del marito stesso. Inoltre vieta categoricamente il matrimonio con una donna non ebrea, e se questo fosse avvenuto, l’uomo è costretto a ripudiarla anche con gli eventuali figli. Debora
Proprio nel periodo postesilico viene composto da vari Agiografi che raccolgono e organizzano antiche tradizioni, il libro dei Giudici. Chi sono questi giudici, detti in ebraico shopetim? Questo termine significa “capo” o “principe”. Erano capi carismatici preposti, in determinate circostanze, nelle diverse tribù, per liberare il popolo (le tribù) dall’oppressione dei vicini. Tra questi il libro annovera Debora per le tribù che ne godevano il “potere”. Essa è quarta nell’ordine cronologico dei 12 Giudici ricordati dal Libro. Gli Israeliti erano oppressi dal re del Canaan Jabin. Gli Israeliti salgono da “Debora, una donna, una profetessa, la donna di Lepidot, / giudice d’Israele in questo tempo” (Giud 4,4) per chiedere consiglio contro quel capo che li opprime da vent’anni con un esercito munito da ben novecento carri di ferro. Debora manda subito a chiamare Baraq e gli ordina di partire immediatamente con diecimila uomini e gli illustra la strategia che sconfiggerà il Cananeo. Tutto avviene come lei ha voluto e alla fine può cantare : “I comandanti avevano cessato di comandare in Israele, avevano cessato / finché io mi sono alzata, Debora, / io mi sono alzata, madre in Israele.” (5,7). Ma già aveva detto a Baraq, al quale aveva promesso di seguirlo nella battaglia : “la gloria non sarà sulla strada percorsa da te:/ sì, nella mani di una donna Yhwh/Adonai consegnerà Sissera”.
Rut Reagendo alla riforma del V secolo di Neemia e Esdra, quindi avendo origine posteriore all’esilio e al Levitico, nasce il Libro di Rut la Moabita. Per evitare contaminazioni spirituali, le guide del popolo fecero di Giuda una comunità chiusa, proibendo, fra l’altro, i matrimoni misti (Esd 9-10; Ne 13,1-3.23-28). Questa azione deve aver suscitato delle opposizioni, quali, ad ed., la creazione di storie come il Libro di Rut. Infatti Rt mostra che lo stesso David aveva un’antenata addirittura moabita (i moabiti erano considerati i nemici per antonomasia degli Israeliti). Perciò i matrimoni misti non potevano assolutamente essere considerati una cattiva cosa. Inoltre la narrazione di Rt intende dimostrare come una famiglia sfugga all’estinzione grazie alla tenace fedeltà al proprio marito defunto a cui dare una discendenza, e alla di lui parentela rappresentata dalla madre Noemi (Rt 1- 4). Rut la Moabita (sua qualificazione insistentemente ripetuta), rimasta vedova segue volontariamente la suocera da Moab a Bèit Lèhèm, nonostante le insistenze di questa perché rimanga nella sua terra e si costruisca una nuova possibilità di vita coniugale. Rut la segue e si preoccupa di lei, lavorando come spigolatrice durante una mietitura di orzo e di grano. L’incontro con il proprietario del campo, Bo’az, lontano parente del defunto marito di Noemi, porterà a un matrimonio da cui nascerà Obèd, il futuro nonno di David.

Ester
Tra il IV e il II secolo a.C. viene scritto il libro di Ester, da un ebreo a noi sconosciuto, o a Susa (Persia) o in Palestina. L’opinione degli esegeti oscilla tra il mito puro e semplice e la storia rigorosa. Però la maggior parte dei critici propende per una via di mezzo, cioè per una mescolanza di elementi storici e più o meno abbondanti abbellimenti letterari. D’altro canto non è possibile negare con assoluta certezza la presenza di un nucleo storico e il quadro generale preciso che l’Agiografo fa della vita persiana. Con questo scritto di cui sono protagonisti l’ebrea Hadassa, divenuta Regina Ester, la favorita di Re Assuero di Babilonia, e il suo parente adottivo Mordekhai, l’Agiografo sottolinea la drammatica liberazione dei Giudei dal potere di un Impero che li trova colpevoli di anticonformismo, e questa liberazione è opera di una donna capace di ergersi “di fronte al re” (8,1). In tal modo mette in risalto l’inviolabilità del popolo di Dio nella storia, facendo della figura mitica di Ester l’origine della festa di Purim che significa appunto “cambiamento delle sorti”.

Giuditta
Il Libro di Giuditta non è mai entrato nel canone ebraico, ma è stato adottato come libro di lettura per la festa di Hanukkah, la festa in ricordo della riconsacrazione del tempio di Gerusalemme avvenuta nel 164 a.C., dopo la profanazione di Antioco IV del 167 a.C. Anche Girolamo ha attestato che il Libro era “letto” nella Chiesa, nella quale il riconoscimento finale della sua canonicità è avvenuto con il Concilio di Trento. Un ignoto Agiografo ebreo ha composto quest’opera attorno al 150 a.C.. La maggior parte degli esegeti è concorde nell’affermare che si tratta di una storia didattica il cui interesse primario è la provvidenza di Dio, naturalmente letta e raccontata con i parametri del tempo.
Giuditta è simbolo di Israele che può superare le forze di questo mondo per la semplice ragione che Dio l’ha guidato fuori dall’Egitto per liberarlo da ogni schiavitù. Nel disordine storico del periodo posteriore all’esilio babilonese era necessario che Israele pronunciasse di nuovo il suo atto di fede. Questo Libro gli offre l’occasione. Nei primi sette capitoli del Libro si descrive il pericolo in cui si trovavano i Giudei nel tempo in cui Nabucodonosor regnava sopra gli Assiri e Arfaxad sopra i Medi. Ora noi sappiamo che Nabucodonosor fu re di Babilonia dal 605 al 561 a.C.; che l’impero Assiro finì quando il padre di Nabucodonosor, Nabopolassar, distrusse Ninive nel 612. Dunque è storicamente impossibile associare Nabucodonosor e Ninive, per non parlare del persiano Arfaxad (sconosciuto). Perciò l’Agiografo ha desiderato creare un quadro comprensivo di tutti i tradizionali oppressori d’Israele (simboleggiato da Giuditta). La distruzione di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor viene indicata dall’Agiografo come la decisione del potere mondano di eliminare la testimonianza della fede offerta da Israele al mondo. Nabucodonosor è il rivale universale di Dio e Oloferne (nome persiano) è il suo messaggero e condottiero che invade la Palestina. Il popolo della Giudea era angosciato non per la sua vita ma per l’onore del Santo e del suo Tempio. Gli Israeliti sono presentati tanto timorati di Dio quanto Nabucodonosor è empio. Ma essi sono così insignificanti che Oloferne deve chiedere informazioni su “quei montanari” che intende distruggere. Per lui non esiste altra realtà se non la forza terrena e nessuno può indurlo a pensare diversamente che ci possano essere altri significati all’esistenza umana: “chi è dio se non Nabucodonosor?” Israele non merita neppure un nome: “chi è quella genìa scampata dall’Egitto?”. L’Agiografo scrive che la città di Betulia (?) è circondata e ridotta all’estremo e si alza la richiesta di venire a patti con l’oppressore. Ozia, il capo degli Anziani della città, acconsente pur fissando un termine di “cinque giorni”, prima della capitolazione: la fede di Israele non è perfetta ma si tratta di un ripiego comprensibile. E qui compare Giuditta, nome insolito ma che simboleggia la Giudea. E’ presentata come donna bellissima e ricchissima, discendente di una prestigiosa genealogia e vedova. Vive ritirata a vita quasi eremitica, dedita al silenzio e alla preghiera. Ma proprio perché sta nel silenzio, sa ascoltare quanto avviene e convoca gli Anziani della città e li rampogna: “Ascoltatemi dunque, anziani degli abitanti di Betulia. / No, non è giusta / la parola che voi avete fatta al popolo oggi, / e il giuramento che avete fatto e detto fra Elohjm e voi stessi / di consegnare la città ai nostri nemici / se Yhwh!Adonai non si gira contro di loro per aiutarci. / Ora, chi di voi può oggi disapprovare Elohjm / e mettersi al posto di Elohjm tra i figli d’Israele? / Ecco, voi mettete alla prova Yhwh/Adonai/Shabaot / ma non comprendete mai nulla, / perché non sapete scrutare le profondità del cuore dell’uomo,/ non potete intendere le parole della sua intelligenza. / Come potete comprendere Elohjm che ha fatto tutte le cose?/…/ Non ipotecate il pensiero di Yhwh/Adonai nostro Elohjm, / giacché Elohjm non è un uomo per sgomentarsi delle minacce / né un figlio d’uomo per ritrattare se stesso” (Giudit 8,11-16). Essa prosegue nella sua concione, ricordando quanto il Santo ha fatto per il popolo d’Israele e quanto loro potrebbero essere responsabili della distruzione della città, della morte degli abitanti, e ciò ricadrebbe sulle loro teste. Di conseguenza Giuditta prende il controllo della situazione in modo sorprendente, nonostante le perplessità di Ozia, condizionato dal popolo affamato. Giuditta a quel punto esclama: “Ascoltatemi! Io farò un’azione che sarà ricordata di età in età ai figli del nostro popolo”, e imparte ordini per dare il via al suo disegno (vv.32-36). Gli esitanti capi, decisi al compromesso, passano in seconda linea appena Elohjm sceglie il suo inverosimile strumento e traccia il corso della salvezza del suo popolo. Anche qui l’Agiografo è chiaramente influenzato dalla tradizione dell’Esodo dall’Egitto, dove Israele è liberato “per mezzo” del Mosè “imboscato” nel deserto del Sinai (Es 9 e 14 e passim). Inoltre lo stesso fa dire a Giuditta: “Voi non spiate le mie azioni, io non vi dirò nulla prima che la mia iniziativa sia compiuta” (v.35): è essenziale che il piano di Elohjm resti segreto, cioè sia garantita la gratuità della sua opera di salvezza.
Dopo la lunga preghiera del cap. 9, nella quale riassume tutta l’azione del Santo lungo la storia d’Israele, Giuditta parte con la sua governante, impone alle guardie della città di aprire la porta tra lo stupore degli Anziani trasecolati. Raggiunge il campo nemico, si finge fuggitiva dalla città e disposta a indicare a Oloferne il modo di espugnarla. Oloferne la riceve, rimane abbagliato dalla bellezza e dalla “saggezza” della fuggitiva, concedendole quanto essa chiede per potersi muovere indisturbata nel campo avverso, facendo nel fiume, al mattino, le abluzioni di rito. Nel quarto giorno della sua permanenza nel campo, circondata da attenzioni, accetta l’invito al banchetto di Oloferne intenzionato a possederla: “Sì, ecco, sarebbe un’onta per noi / che si lasci una donna come quella senza esserci intrattenuti con lei, / perché se non la facciamo venire a noi / non riderà di noi?” (12,12). Naturalmente Giuditta accetta e si presenta abbigliata in modo molto vistoso e Oloferne, assai eccitato, beve come mai aveva bevuto in vita sua (cfr.12,15-20). Quando inizia a farsi buio i servi si affrettano a uscire e l’eunuco Bagoa chiude la tenda. Rimane Giuditta sola con Oloferne disteso sul letto, immerso nel vino. Giuditta ha già detto a Bagoa che sarebbe scesa al fiume per la preghiera, sempre con la domestica. L’occasione propizia, preparata con astuzia, è giunta e, dopo aver chiesto a Dio la forza necessaria, “avanza verso la traversa del letto al capezzale di Oloferne, / e prende la sua scimitarra. / Si approccia al letto, afferra la sua testa per i capelli e dice: / “Dammi forza, oggi, Yhwh/Adonai Elohjm d’Israele” / Sferra a tutta forza a due riprese i suoi colpi e gli taglia la testa. / Rotola il suo corpo sui tappeti, / … / dà alla sua domestica la testa di Oloferne, / la getta al fondo della bisaccia delle vivande. / Escono tutte e due, insieme, come d’abitudine. Attraversano il campo, aggirano il torrente, salgono alla montagna di Betulia e arrivano davanti alle sue porte. / Giuditta grida da lontano alle guardie delle porte: / ‘Aprite, aprite dunque la porta! / Sì, Elohjm, il nostro Elohjm è con noi / per manifestare ancora la sua potenza in Israele e il suo eroismo contro i suoi nemici, come ha fatto oggi!’” (13,6-11). La porta della città viene aperta nello stupore di tutti coloro con non l’aspettavano più. Essa mostra la testa del nemico, esclamando : “Yhwh/Adonai lo ha colpito per mano di una donna!” (13,15). Il c. 14 racconta la previsione che Giuditta fa dello scompiglio che sarebbe sorto nel campo nemico alla scoperta del corpo decapitato di Oloferne, e illustra la strategia che essa stessa predispone per i soldati di Betulia (14,1-5. 12-19). Il c.15 racconta la fuga degli Assiri (15,1-7) e la celebrazione del trionfo di Giuditta da parte di tutte le donne (15,8-14).
Il c.16 redige il “cantico di Giuditta” che esalta l’azione perenne di Yhwh nei confronti del suo popolo e a monito di tutti gli altri popoli (16,1-20) e si conclude con il ritiro di Giuditta nel suo romitorio fino alla morte. L’Agiografo dice al popolo d’Israele che il Santo agisce indipendentemente dalle imposizioni precettistiche legali, servendosi anche delle donne che i precedenti libri hanno considerato solo strumenti delegati alla riproduzione e al servizio degli uomini. Ancora possiamo vedere chiaramente l’evoluzione del pensiero presente nella Bibbia. A conferma della dinamicità della Scrittura Santa riporto lo stesso argomento affrontato da Gn e da Sp. Il primo (Gn 30,1-2) afferma che la donna sterile è morta e fa morire anche il marito. Il secondo (Sp 3,13) dice: “ Felice la sterile senza macchia…avrà frutto nella visita dei vivi”.
Nel Secondo Testamento, con Gesù di Nazaret, i Libri che lo compongono, dicono il salto qualitativo, addirittura antropologico nei confronti dei rapporti uomo-donna, fatti enunciatori di pari dignità, quali ancora oggi faticano a raggiungere anche nelle comunità ecclesiali attuali.
Luca ci testimonia la presenza di “molte donne” presenti nel gruppo di discepoli (8,1-3). Sempre Luca ci descrive Maria di Betania nell’atteggiamento del “discepolo” (10,38-41), e tutto questo dopo averci descritto la presenza determinante di Maria di Nazaret alle nozze di Cana, e di sua cugina Elisabetta che impone lei il nome al figlio Giovanni. Il Signore Risorto invia Maria di Magdala (Gv 20,11ss) ad annunciare ai discepoli la sua risurrezione (anghellusein! = evangelizza!), tanto che la Chiesa primitiva la definisce “Apostola”. In generale la varie donne che incontrano Gesù sono anche tali da contribuire alla progressiva consapevolezza della sua missione messianica. Si pensi a Maria sua Madre in Gv 2,1ss; alla Cananea (Mt 15, 21ss); alla Samaritana (Gv 4,5-30), ecc., persone concrete, che spiccano coincidendo con la loro presenza dentro le situazioni. I racconti di Matteo, Marco, Luca e Giovanni collocano queste donne ad alcuni incroci specifici, cioè quando Gesù sta per compiere alcuni passaggi chiave nel processo di chiarificazione della propria missione. Inoltre le vediamo presenti alla crocefissione del Maestro mentre i discepoli sono tutti fuggiti, e poi al sepolcro dove Lo incontrano risorto e lo annunciano ai discepoli che le considerano “allucinate” (Lc 24,11). S.Paolo, nella sua Lettera ai Romani, nei saluti finali scrive: ”Vi raccomando Febe, nostra sorella, che è diaconessa nella Chiesa di Cencre, affinché voi la riceviate nel Signore in maniera degna dei santi, e l’assistiate in tutte le cose di cui avrà bisogno di voi, perché essa pure ha assistito molti, e anche me” (Rm 16,1-2). Un cammino del femminile che ancora ci interroga e ci sprona a crescere insieme nella costruzione del Regno di Dio.

Salvatore Frigerio - monastero Camaldolese –Monte Giove - Fano

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