TERRORISMO ? Non lasciare che la paura domini la nostra vita

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Ritengo di dover premettere che non intendo, né avrei la capacità di farlo, condurre un discorso conoscitivo, anche scarno, sull’argomento “terrorismo”, ma che desidero solo stimolare sulla materia qualche breve scambio di opinioni con un gruppo di amici. Anche indicare un significato di valenza razionale e universale del concetto di “terrorismo” è impresa assai difficile non solo perché tante sono le tipologie del fenomeno, legate e condizionate dal momento storico-sociale, dagli obbiettivi perseguiti, dal luogo dove viene posta in essere la condotta e dai criteri di valutazione dell’osservatore, ma perché, ferma restando la dimostrata fondatezza del “fatto” terrorismo, la sostenibilità o insostenibilità morale concreta del terrorismo non sta nella sfera della razionalità, ma in quella delle emozioni: in altre parole, un provvedimento di esproprio è al tempo stesso un fatto afflittivo per un latifondista e un fatto che rallegra il bracciante; così il terrorista può essere considerato al tempo stesso un criminale o un eroe.

Piantando i piedi ben saldi in terra, considerando le condotte che in questo momento ci presentano alcuni mezzi d’informazione, circoscrivendo l’osservazione ai Paesi europei ed a quelli direttamente o indirettamente ad messi collegati, dal mio punto di vista, del tutto soggettivo, ritengo che certamente il terrorismo sia al presente in atto e che sia caratterizzato da azioni criminali violente, premeditate, atte a suscitare clamore e terrore nei confronti di alcuni Stati, dei loro Governi e nei confronti della la popolazione, di gruppi politici, etnici o religiosi di tali Stati.

L’accenno alla religione è per nulla casuale sia perché coloro che si presentano come coordinatori di quei terroristi e questi ultimi dichiarano di agire in nome e per impulso di una interpretazione radicale e discutibile di una frangia della religione islamica, sia perché gli “infedeli” (islamici non aderenti alla interpretazione religiosa radicale proposta, soggetti aderenti a religioni diverse da quella islamica – in special modo cristiane- ovvero non professanti alcuna religione) sono le vittime “privilegiate” e “più pregiate”.
Quanto il movente religioso sia pretestuoso o meno (almeno per taluni attivamente coinvolti nel terrorismo), quanto sia strumento per procurarsi il coraggio per compiere azioni lesive (e talvolta autolesive) che nemmeno gli animali compiono, sono interrogativi secondari rispetto alle violenze effettivamente compiute o annunciate e assai spesso connotate da moventi religiosi o spacciati, dagli aggressori, come tali.
Come può contrastarsi il terrorismo?
A mio avviso l’arma più importante è quella di deludere i terroristi nel senso di inviare loro messaggi che, di fatto, comunichino l’assoluto fallimento della loro condotta criminosa e cioè l’assenza del terrore che si vorrebbe produrre, quindi conducendo una vita del tutto normale, consona alla nostra cultura, alle nostre credenze religiose o laiche, alle nostre abitudini e necessità quotidiane. In altre parole, comportandosi come ci si comporta ogni giorno durante la normale esistenza, con l’alternarsi di felicità e di dolore, di eventi dannosi o vantaggiosi, di luce e di buio. Ciò sia da parte dei singoli che da parte della collettività nel suo insieme e da parte dei soggetti pubblici. In particolare anche astenendosi da qualsivoglia discriminazione negativa nei confronti di ogni persona o gruppo di persone in relazione alla loro nazionalità, razza, religione o ideologia legittimamente praticate, condizione economica o culturale.
Quanto precede non significa affatto di omettere gli opportuni controlli, le opportune misure di sicurezza, ovviamente di competenza dei poteri pubblici, i quali dovrebbero, soprattutto, far leva sul principale strumento di prevenzione in materia, costituito dall’intelligence, consistente nella raccolta, da parte degli Organi e Servizi dello Stato appositamente predisposti, e nella analisi ed elaborazione, di notizie e dati dai quali ricavare informazioni utili alla sicurezza nazionale. Il tutto senza la creazione di un inutile, insopportabile ed illegittimo Stato di polizia.
In altre parole, va ancora una volta affermato che la repressione è certamente arma meno vincente della prevenzione, come dovrebbe dimostrare l’esame del contrasto a tanti fenomeni negativi (spaccio di alcolici, di stupefacenti, di armi, corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata e quant’altro).

Può sembrare paradossale, ma, a mio avviso il terrorismo si combatte anche evitando reazioni di carattere militare nei confronti del vero o presunto mandante del terrorismo attualmente più vicino al nostro panorama, l’autoproclamatosi ISIS (Islamic State of Iraq and Syria), probabilmente l’ultimo anello di una catena i cui anelli che precedono appaiono, perlomeno a me, sconosciuti.
Con le vere e proprie azioni militari, specialmente utilizzando navi ed aerei, possono mostrarsi i propri muscoli e può contrastarsi l’ISIS, forse anche eliminarlo come Stato (ammesso che possa considerarsi tale), ma certamente non può estirparsi la guerriglia (come dimostrano decine di casi storici, così, ad esempio, Jugoslavia, Cuba, Vietnam) e soprattutto il terrorismo. Anzi, se i soggetti sottoposti ad attacchi aeronavali o con mezzi militari tradizionali o sofisticati e comunque poderosi, non avendo idonei mezzi per adeguate risposte dello stesso tenore, per dimostrare la propria esistenza e resistenza è facile che ricorrano al terrorismo, che, tutto sommato, non richiede grandi sostegni economici ed organizzativi.
La risposta militare ha inoltre altri gravi difetti e svantaggi: produce perdite umane (civili e militari) e danni materiali (non solo militari) ben più gravi del terrorismo e che riguardano persone che nulla hanno a che fare con il terrorismo stesso; è assai costosa e sottrae energie economiche a esigenze dei singoli e della collettività, ben più importanti di quelle perseguite con la guerra; è assai pericolosa per la possibilità di generare attriti fra Stati e innescare contrasti con temibili conseguenze e situazioni ben più pericolose e dannose del terrorismo; favorisce giochi di potere che mistificano la verità e che certamente non possono giovare alla pace mondiale.

Infine sembra doveroso concludere con una considerazione di fondo: appare insostenibile reagire al terrorismo come fosse un emergenza del momento. Penso che, nell’attuale società mondiale, le violenze fisiche, nelle loro varie estrinsecazioni, siano nostre compagne di viaggio e il terrorismo sia uno di quelle, il contenuto di un vulcano dal quale ogni tanto c’è da attendersi una eruzione. Il terrorismo, quindi, non è un’emergenza, ma un problema strutturale del nostro Pianeta, e pertanto come tale va trattato, con le opportune iniziative interne ed internazionali.

Nicola Miriano

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