I cattolici degli anni ’20 del 900: intraprendenti e propositivi

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I cattolici degli anni ’20 del 900: intraprendenti e propositivi in grado di lasciare un segno indelebile nella società italiana

“Cattolici, cultura e politica negli anni ’20 del novecento”, è stato il tema del convegno che ha caratterizzato la XXIX° edizione della FestAcli a Monte Cucco, ritornata puntuale dopo un anno di stop forzato a causa dell’emergenza Covid. Ad aprire la mattinata i saluti istituzionali del presidente del circolo Ora et Labora Sante Pirrami che ha evidenziato come l’argomento dell’incontro rimandi, sia ad un momento storico contraddistinto dalla tremenda pandemia di spagnola che allora, come oggi il covid, ha colpito popolazioni ed economie e sia ad una fase storica in cui i nazionalismi iniziavano a far breccia in Europa con tutte le conseguenze drammatiche degli anni successivi. I manifesti dei sovranisti europei odierni firmati nei giorni scorsi, devono tornarci a far riflettere, pensare e portarci a fare ragionamenti e discussioni anche su come i cattolici di oggi possano assumere un ruolo importante e ritagliarsi uno spazio d’azione sfidando derive nazionalistiche potenzialmente pericolose per le nostre democrazie. Pirrami ha chiuso il suo intervento ricordando Massimo Ceccarelli, scomparso prematuramente nei mesi scorsi. E’ stata una figura eminente nel panorama aclista a livello regionale e nazionale, un punto di riferimento ed un aiuto costante per il circolo Ora et Labora. Aveva una straordinaria capacità di ragionare su problematiche di interesse sociale, di confrontarsi, anche animatamente su tematiche importanti senza mai perdersi in personalismi, ma puntando sempre al raggiungimento del fine ultimo del bene comune. Il suo modo di operare è davvero il lascito più importante per ogni aclista. L’assessore del comune di Sigillo Annalisa Paffi ha portato il saluto della sua amministrazione sempre felice di ospitare nel proprio territorio iniziative di tale portata. Associazioni come il circolo fossatano sono davvero un esempio di quanto si possa fare se si lavora nell’interesse delle comunità, facendo squadra e non fermandosi nemmeno di fronte alle difficoltà che la pandemia ha generato. Oggi, seguendo anche l’esempio dell’Ora et Labora, è sempre più necessario collaborare e fare sinergie fra amministrazioni vicine in un quadro di visione territoriale più vasta. Il primo relatore a prendere la parola è stato il professore ordinario di storia moderna Mario Tosti. Le Acli dimostrano da sempre grande sensibilità verso la storia mettendola spesso al centro delle loro iniziative. Un aspetto da sottolineare, in quanto negli ultimi anni c’è una tendenza crescente a voler riscrivere pezzi di storia italiana attraverso una lettura politica ed ideologica, spesso revisionistica, senza invece basarsi su ricerche serie ed accurate. Senza la storia è difficile interpretare il presente e già questo aspetto dovrebbe farci riflettere su quanto questa materia sia fondamentale per pensare il futuro del Paese. Entrando nei dettagli del tema del convegno Tosti ha ricordato come la Prima Guerra mondiale ha segnato la fine dell’opposizione cattolica allo stato nazionale. La partecipazione al conflitto, caldeggiata anche da don Luigi Sturzo, assumeva il significato dell’acquisizione per i cattolici di diritto di piena cittadinanza. Oltre a questo aspetto le trasformazioni nel mondo cattolico furono rese possibili dalle linee emergenti del pontificato di Benedetto XV che cercò di ricucire le lacerazioni delle crisi moderniste e delle reazioni antimoderniste e di dare fiducia al laicato anche nelle forme associative sindacali e politiche. Tale clima favorì la nascita del Partito popolare italiano nel 1919 con l’appello ai “Liberi e forti”. Esso non si presentava come un Partito cattolico secondo la vecchia concezione dei cattolici intransigenti, ma come un movimento in grado di attrarre quei ceti medi che non si riconoscevano nella tradizione del liberalismo statalista e accentratore, ma erano invece a favore di uno stato più regionalista. Il Partito popolare ruppe definitivamente con la tradizione dei blocchi clerico-moderati dando alle masse cattoliche una fisionomia politica autonoma. Le anime all’interno del neonato partito erano molte e variegate e tante furono le discussioni soprattutto nelle scelte politico-strategiche del dopoguerra come quella di entrare nel governo Giolitti; nonostante la diffidenza di Sturzo, due ministri popolari entrarono nell’esecutivo. L’avvento del Fascismo ed il cambio di vertice nella gerarchia cattolica, furono fra i motivi della dissoluzione del popolarismo. Pio XI, con la restaurazione del Regno di Cristo, affermò che la regalità di Cristo non riguardava solo l’ordine spirituale, ma anche quello temporale ed il ritorno della società civile a Cristo Re si doveva realizzare grazie all’opera di clero e laicato organizzato nell’Azione Cattolica con le sue ramificazioni. Il nuovo Papa non coglieva il valore politico e culturale dell’esperienza del Partito popolare ed il crollo dello stato liberale sotto i colpi del fascismo crescente venne visto anzi, in alcuni ambienti ecclesiastici, quasi con compiacimento. Nonostante la nuova opposizione di Sturzo, i popolari entrarono nel neonato governo Mussolini. Una collaborazione subito difficile decretata dal congresso di Torino del 1923 con cui il segretario ribadì che il programma del partito era antitetico nei metodi e nei fini al fascismo. Questa collaborazione molto “condizionata” non venne digerita da Mussolini che dimissionò i ministri del Partito popolare. Iniziarono anche le prime violenze verso i popolari ormai visti come l’unico baluardo verso la definitiva conquista del potere. Il Partito popolare venne liquidato da lì a poco ed il regime fascista nel 1929 con i Patti Lateranensi, trovò un accordo determinante per chiudere la “Questione Romana” ed arrivare ad una conciliazione fra stato e chiesa. Negli ambienti dell’Azione cattolica si andavano accendendo delle speranze su una prossima “Cristianizzazione” del fascismo ed un ritorno dell’Italia al cristianesimo attraverso l’instaurazione di uno stato gerarchico, autoritario ed integralmente cattolico. Non tutto il mondo cattolico fu però pronto ad assecondare l’ascesa del regime, alcuni eminenti esponenti scelsero l’esilio fisico lontano dall’Italia, fra cui Sturzo, mentre altri come De Gasperi, Gronchi, Scelba, una sorta di esilio interiore da esuli in Patria. L’idea che si potesse “cattolicizzare” il fascismo andò scemando soprattutto sulla questione dell’educazione dei figli. La chiesa non intendeva rinunciare al diritto dovere di educare, ma al tempo stesso lo stato fascista voleva fortemente forgiare l’ “uomo nuovo”, fu per questo che si arrivò alla crisi del 1931 ed al conflitto fra stato e chiesa riguardo le organizzazioni giovanili cattoliche e fasciste; il preludio di crescenti movimenti di resistenza cattolica al fascismo che aumenteranno nel corso degli anni. Ernesto Preziosi è stato il relatore del secondo intervento che, come ricordato dall’onorevole, nel quadro ben delineato dal professor Tosti, ha voluto aggiungere solo alcune pennellate significative. La Grande guerra ha costituito uno spartiacque ed i cattolici italiani si sono sentiti a pieno titolo di far parte dello stato nazionale. Don Sturzo era convinto che la guerra avrebbe avuto un effetto nel far sentire “più italiani” i cattolici indirizzandoli verso un’ideale identitario e tutto ciò avrebbe rimesso in discussione l’intero assetto del Paese. Un’occasione storica per accantonare il sistema trasformistico giolittiano e riproporre la presenza cattolica unificatrice della coscienza nazionale sotto l’aspetto politico e sociale. La guerra divenne un acceleratore per il mondo cattolico verso una proposta politica autonoma. La nascita del Partito popolare introduceva nella scena politica un cattolicesimo diffuso su base popolare portando alla partecipazione di masse rimaste finora ai margini. Ad uno stato accentratore, veniva contrapposta l’idea di uno stato che avesse chiari i propri limiti e che rispettasse la famiglia, le classi, i Comuni, le libertà individuali e l’iniziativa privata. Altro aspetto fondamentale di quegli anni, pieni di cambiamenti, fu la fase di vivace ed intensa partecipazione della cultura femminile italiana al dibattito su temi di interesse per le donne e l’intera società. La questione femminile venne influenzata non poco dalle trasformazioni dell’epoca a cominciare da quelle sociali ed economiche, per continuare con quelle culturali. Tra il 1917 ed il 1918 Armida Barelli diede avvio al primo nucleo della Gioventù femminile anche sull’onda dell’esperienza precedente dell’Unione fra le donne cattoliche, fenomeno quest’ultimo, comunque limitato nei numeri e nei territori. Alcuni fra i caratteri salienti del neonato movimento furono: la scelta associativa (il “bisogna riunirle”), la scelta educativa (“istruirle”), il dare loro la fierezza della fede, il coraggio della testimonianza cristiana pensando alle madri di domani che dovevano educare le future generazioni. Ultimo aspetto da sottolineare del fervente movimento cattolico degli anni ’20, fu la nascita a Milano dell’Università Cattolica. Nacque su intuizione di Giuseppe Toniolo che prima di morire invitò la Barelli a portargli padre Gemelli, fondatore poi dell’Ateneo, spronandolo a realizzare questa opera. Fu un evento storico con cui si avverò il sogno di una generazione di cattolici. Anche nella nascita dell’Ateneo rivestì un ruolo fondamentale Armida Barelli, non solo come responsabilità amministrativa, ma per il sostegno popolare che riuscì a suscitare verso l’iniziativa e per la scelta della denominazione legata al Sacro Cuore. L’università aveva l’obiettivo di alzare il livello culturale del mondo cattolico puntando a formare una nuova elité culturale nel Paese. L’on. Preziosi ha concluso la sua relazione invitando a riflettere sul senso della storia come flusso. Bisogna conoscere sì la storia, ma soprattutto iniziare a sentirci parte di questa serie di eventi che la costruiscono. Come cattolici dovremmo sentirci eredi di questo passato e capaci di progettare un nuovo futuro, ma senza volerne ricopiare le gesta che sono inquadrate in un definito quadro storico e quindi non riproducibili oggi con le medesime modalità. E’ necessario quindi avere un pensiero comune ed una visione cristiana con cui guardare i problemi odierni, solo così potremo tornare ad avere un ruolo ed essere significativi in questa società e nel panorama politico. Al professor Antonio Pieretti sono state affidate le conclusioni finali. La prima considerazione da fare, ha spiegato l’ex pro rettore, che ha accompagnato trasversalmente entrambi gli interventi, è la consapevolezza negli anni ’20 del 900 che nel mondo cristiano vi erano delle energie, non sfruttate, che non riuscivano a trovare una collocazione. Don Sturzo, con grande concretezza, aveva intuito che era arrivato il momento di canalizzarle verso obiettivi comuni e riuscì a far ragionare su questo anche le autorità ecclesiastiche sempre reticenti verso l’argomento. Sturzo inoltre ebbe il grande merito di riportare la democrazia all’interno delle aule parlamentari in un momento storico in cui, un po’ come ora, la democrazia partecipata era una chimera ed in cui il parlamento decideva senza aver nessun legame e vicinanza con le istanze popolari e della società civile. Nonostante alcuni limiti, come quello di non aver intercettato, o solo in parte, le sollecitazioni dei movimenti operai del nord ed aver perso il consenso della borghesia latifondista finita per avvicinarsi ben presto al fascismo, il Partito Popolare ha saputo ritagliarsi uno spazio importante, dimostrandosi propositivo, attivo e riportando la democrazia al centro della aule parlamentari ormai in preda a continui trasformismi. Hanno preso parte al convegno anche il sindaco di Fossato di Vico Monia Ferracchiato e l’ex procuratore della repubblica di Perugia Nicola Miriano. La giornata è proseguita con la santa messa celebrata da don Raniero Menghini al termine della quale, Marta Ginettelli, ha ricordato con commozione l’amico aclista Massimo Ceccarelli. Al termine della celebrazione eucaristica si è tenuto il pranzo presso il ristorante “Da Tobia” ed i partecipanti si sono poi rigenerati con le passeggiate sotto le fresche faggete e le dolci note del maestro Guidarelli. Una nota finale che ha riempito d’orgoglio lo staff del circolo Ora et Labora. Nei giorni scorsi era stato contattato via mail, attraverso la sua segreteria ed invitato a partecipare alla FestAcli il Presidente del Consiglio Mario Draghi. Ovviamente, dati i suoi impegni sicuramente più impellenti ed importanti, non è potuto essere presente all’iniziativa, ma non ha fatto mancare i suoi saluti. Un gesto davvero apprezzato e sottolineato nell’intervento iniziale dal presidente Sante Pirrami. William Stacchiotti

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