Ius soli o Ius sòla

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Venerdì 7 agosto presso il ristorante Camino Vecchio di Fossato di Vico, nella nuova veranda della struttura, il circolo Acli Ora et Labora organizzerà un incontro pubblico formativo “Ius soli o Ius sòla? Modelli alternativi di cittadinanza a confronto”. Introdurrà l’argomento, che interessa da vicino tantissimi giovani, l’avv. Izaura Suka consigliere provinciale delle Acli di Perugia, modererà il presidente del circolo Prof. Sante Pirrami. La valutazione dell’esperienza dell’immigrazione nelle nostre società passa attraverso l’osservazione delle seconde generazioni perché i figli degli immigrati costituiscono il nodo cruciale del percorso di integrazione reciproca tra immigrati e società. In Italia il dibattito pubblico costante sui salvataggi in mare e sulla successiva accoglienza dei migranti determina una inevitabile, anche se non sempre inconscia, sovrapposizione delle problematiche relative ai nuovi immigrati con quelle dei giovani nati dall’immigrazione già presenti sul territorio italiano. Lo dimostra il fatto che ogni tentativo di discussione sulla condizione giuridica delle seconde generazioni si risolve in concreto con l’applicazione ad esse degli stereotipi costruiti per i loro genitori, mentre sarebbe necessario conoscere il fenomeno in quanto tale e considerarlo nella sua declinazione ontologicamente plurale, quindi complessa. È soltanto considerando le seconde generazioni in quanto tali che sarà possibile superare i contrasti che accompagnano ogni tentativo di riforma delle norme giuridiche in tema di riconoscimento della cittadinanza. Si tratta infatti di giovani già sostanzialmente integrati nella società, vicini di casa e compagni di scuola dei nostri figli e nipoti. L’inclusione sostanziale dipende anche dai criteri con cui viene regolata formalmente l’appartenenza giuridica alla comunità nazionale in cui si vive. A differenza di altri Stati europei, che hanno risolto da tempo il problema del riconoscimento dello status di cittadino ai figli degli immigrati, in Italia la materia è regolata da una legge di trent’anni fa (Legge n. 91/1992), quando il fenomeno migratorio, e quindi anche il fenomeno delle seconde generazioni, aveva caratteristiche completamente diverse da quelle di oggi. Ed infatti la Legge n. 91/1992 prevede soltanto l’acquisizione della cittadinanza italiana per “lo straniero nato in Italia” che renda una dichiarazione in tal senso entro un anno dal compimento del diciottesimo anno di età (Art. 4). Si tratta in tutta evidenza di uno ius soli ingiustificatamente prudente e ritardato al diciottesimo anno di età, ma quello che di più colpisce è la totale assenza di regolamentazione dell’acquisizione della cittadinanza da parte dei bambini arrivati in Italia dopo la nascita. Questi ultimi, quindi, possono diventare cittadini soltanto in base alle norme applicabili ai maggiorenni, che tra i criteri per la concessione richiedono, oltre dieci anni di residenza, anche una capacità di reddito adeguata. In sostanza, anche se sono arrivati in Italia dal secondo giorno di vita ed hanno compiuto qui interamente il percorso scolare, diventeranno cittadini non prima dei 25-30 anni. Situazione ulteriormente ostacolata dalle modifiche introdotte dal D.L. n. 113/2018. Per molti ragazzi di seconda generazione c’è il rischio concreto di vedere negati i diritti di cittadinanza e sperimentare una sostanziale esclusione proprio dallo Stato italiano, in cui hanno vissuto esperienze essenziali di socializzazione identitaria, che ha assicurato loro servizi sanitari e scolastici di buona qualità, ma che fatica ad includerli nei processi di costruzione del capitale umano dell’Italia di domani.
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