La concezione della donna nelle religioni monoteiste

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Fossato di Vico: interessante incontro delle Acli e dell’Isc Sigillo
A confronto l’idea di “donna” elaborata dall’ebraismo, dal cristianesimo e dall’islamismo tramite le testimonianze di un monaco avellanita ed un imam. Interessata ed attiva la partecipazione dei ragazzi. Buono il successo

A quasi un mese di distanza dalla giornata della donna, le Acli e l’Istituto comprensivo di Sigillo, nella mattinata di martedì scorso, 31 marzo, presso l’auditorium “San Pietro” di Fossato di Vico, hanno organizzato l’incontro-dibattito Il ruolo della donna nelle religioni monoteistiche. Lo sfasamento è dovuto all’intenzione di porre una distanza anche temporale fra quella che è ormai divenuta una ricorrenza “consumistica”, priva di significato effettivo, e la necessità di discutere, specialmente con le nuove generazioni, di un tema basilare come la parità dei diritti fra uomo e donna. E molto significativo, a tal proposito, il fatto che fra il numeroso pubblico convenuto all’Auditorium ci siano stati gli alunni delle terze classi dell’Istituto comprensivo di Sigillo (Scheggia, Costacciaro, Sigillo e Fossato di Vico), ai quali l’incontro era principalmente dedicato e che hanno risposto con una partecipazione attenta. Del resto, particolarmente interessanti e stimolanti sono state anche le relazioni. Ha introdotto i relatori e ha moderato il successivo dibattito, il presidente provinciale delle Acli, Antony Xavier Ladis Kumar che ha sottolineato la necessità di un dialogo costruttivo fra le tre grandi religioni monoteiste e, memore delle sue origini indiane, anche fra religioni di altro genere, fra cui quella induista. Hanno salutato i presenti anche Ortenzia Marconi, dirigente scolastica, dell’Isc Sigillo, che ha spiegato come l’incontro rientri in una serie di giornate particolari dedicate dall’Istituto comprensivo di Sigillo alle ricorrenze della storia e alla riflessione sui diritti dell’uomo e dell’ambiente; e, di seguito, il sindaco di Fossato di Vico, Monia Ferracchiato. Veramente ricco, specialmente per la sua profondità storica ed esegetica, ma estremamente coinvolgente e chiaro anche per i più giovani l’intervento di padre Salvatore Frigerio, monaco avellanita, al quale è spettato l’arduo compito di definire la concezione della donna sia nella religione ebraica sia in quella cristiana. Dopo aver dimostrato che la Bibbia, di per sé, è una “stratificazione di libri sacri”, una “biblioteca, più che un libro”, anche perché la loro scrittura copre un arco di almeno un millennio, padre Frigerio ha, quindi, dimostrato che non è, proprio per questo, possibile ritrovare nella Bibbia un unico atteggiamento, dottrinale e culturale, nei confronti della donna. L’idea originaria di donna è negativa (ossia, “non-uomo”, anche nello stesso termine ebraico) e la condizione di discriminazione sociale, che ritroviamo nei libri su cui si fonda la dottrina ebraica, fra cui il Deuteronomio, è piuttosto pesante. Tuttavia, quest’idea viene poi clamorosamente contestata in altri passi scritturali, specialmente quelli dedicati a quattro importanti figure femminili, vale a dire Debora, Ruth, Giuditta ed Ester, grazie alle quali la subalternità femminile viene completamente ribaltata in ogni ambito: da quello sociale fino a quello politico, per passare in altre attività da cui le donne erano completamente escluse (vedi la guerra). Il cammino della donna verso il riconoscimento dei suoi diritti nella cultura ebraica si fonda proprio su queste grandi figure. Resta, però, oggi, una “bipolarità” nella concezione della donna: se, da un lato, grazie all’opera di attiviste americane ed ebree per la parità dei diritti, l’ebraismo ha di fatto eliminato qualsiasi discriminazione fra uomo e donna (ad es. oggi le donne possono entrare in sinagoga e non restare più dietro alle grate, come ad un tempo); dall’altro, gli ebrei più ortodossi, che si rifanno strettamente al Deuteronomio, restano ancora molto perplessi.
Tale carica eversiva della figura della donna si ritrova anche e soprattutto nel Cristianesimo, specialmente in due figure; quella di Maria, in primo luogo, che spinge Gesù a prendere su di sé la sua missione (vedi le nozze di Cana); Maria Maddalena, poi, che è la prima persona cui è rivelata la “buona novella” della Risurrezione. Senza contare, poi, che il ruolo della donna nella Chiesa primitiva era molto attivo, forse anche più di oggi: nel Nuovo Testamento si parla di “diaconesse”, che l’attuale traduzione ufficiale definisce solamente “collaboratrici”. Tuttavia, il cammino verso la parità di uomo e donna, che viene esplicitamente riconosciuto da Gesù nel Vangelo, dev’essere un impegno comune di tutti gli uomini – ha concluso Frigerio – a prescindere dalla religione e dalla cultura, nel comune riferimento alla “fratellanza” di tutte le donne e di tutti gli uomini.
Di grande interesse anche l’intervento di Mohammed Abdel Qader, imam di Perugia, il quale ha mostrato come l’Islam autentico sia lontano mille anni luce da quello che appare nei mass media occidentali, che spesso fanno “di tutta l’erba un fascio”. L’Islam, quello vero, rispetta la donna, la sente come uguale all’uomo e dotata di pari diritti: chi segrega le donne in casa, non le fa lavorare o studiare o le discrimina in qualunque modo non è islamico. Lo stesso Qader ha citato come esempio sua figlia , recentemente laureatasi in sociologia, ma anche quello di tante donne che hanno assunto compiti di governo o addirittura la presidenza in paesi islamici. L’Islam vero è anche molto distante da certe interpretazioni aberranti e deliranti, come quelle dei Talebani, di Boko Aram e dell’Isis, che non hanno nulla di islamico, come distruggere le opere d’arte e uccidere gli infedeli. “Durante gli 850 anni della dominazione araba in Spagna” ha osservato Qader “non fu convertito a forza o perseguitato un solo cristiano”. Nel Corano, inoltre, certe figure femminili, a partire da quella di Maria, madre di Gesù, hanno grande importanza; fanno cessare le guerre, ingannano gli uomini con la loro intelligenza e li richiamano all’amore verso Dio, assumono, insomma, un ruolo di “guida” che non è assolutamente compatibile con un’idea di “subalternità” femminile. “Il velo islamico che copre i capelli delle donne non è un segno di discriminazione ma solo un fatto estetico”; la separazione fra uomini e donne in moschea ha soltanto un valore pratico (quello di evitare distrazioni e indurre a concentrarsi sulla preghiera) e il fatto che, oggi, gli imam siano solo maschi non è un fatto dottrinale: come per i cattolici, così anche per i musulmani, entro breve, si auspica la possibilità per le donne di poter assumere qualsiasi ruolo nell’ambito della comunità dei credenti.
Il successivo dibattito, che ha chiarito molte delle curiosità create dalle precedenti relazioni, ha ribadito il fatto che solo una discussione pacata, rispettosa delle differenze culturali ed aperta al reciproco arricchimento culturale, fa arricchire ed evolvere.
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