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Francesco, i frati minori ed il lavoro

Le Acli sono l’Associazione Cristiane dei Lavoratori Italiani. Ed il Circolo Acli dell’eugubino gualdese “Ora et Labora” ha avuto un approccio ai festeggiamenti per l’Ottocentesimo anno dalla morte di San Francesco focalizzando l’attenzione su questo aspetto fondamentale della vita sociale. Il 3 Giugno scorso ha organizzato una conferenza presso il Circolo Acli dell’Osteria del Gatto sul tema: “Francesco, i frati minori ed il lavoro”. Il motto “Ora et Labora” non è francescano, ma benedettino. Infatti nella Regola di San Benedetto il lavoro (sia manuale che intellettuale) è al centro delle attività nei monasteri. Anche nella Regola di San Francesco, al capitolo 5, Francesco parla del lavoro dei frati, anche se con un approccio diverso da San Benedetto. All’incontro, coordinato dal prof. Giancarlo Pellegrini, già docente dell’Università di Perugia, erano stati chiamati il prof. Stefano Brufani, docente di studi francescani e del cristianesimo medioevale presso l’UNIPG (oltre ad altri innumerevoli titoli), ed il francescano Fra Marco Asselle O.F.M. Ma quest’ultimo, incappato in un incidente automobilistico che ha per un certo tempo bloccato il flusso del traffico, non è riuscito a raggiungere in tempo la sede dell’incontro. La relazione esaustiva del prof. Brufani ha comunque compensato anche l’assenza del francescano ed ha captato l’attenzione dei numerosi presenti con un approccio storico e scientifico al pensiero di Franceso. “Di Francesco- ha detto- abbiamo un a trentina di scritti brevi. Mentre su Francesco ne circolano circa 3000 scritti dagli agiografi medioevali (per non parlare della letteratura moderna)”. E la cosa migliore per capire Francesco è partire dai suoi scritti. Quali bisogna leggere per conoscere il suo pensiero sul lavoro? “Sono tre- ha detto il prof. Brufani- La Regola non bollata, la Regola bollata ed il testamento”. La Regola bollata è il primo dei tre. Il Papa Onorio III non glie l’ha accettata perché era troppo lunga. Francesco ne ha fatta, allora, una seconda edizione più sintetica e questa gli fu accettata e venne quindi bollata dal Papa. Poi esiste anche il Testamento di Francesco con raccomandazioni per i suoi fraticelli anche più stringenti. Ma, dopo la morte di Francesco, di fronte alle perplessità dei Frati se fossero obbligati a rispettare la Regola bollata oppure il Testamento, il Papa ha sciolto il dubbio: la Regola bollata è stata approvata dalla Santa Sede, mentre il testamento è il pensiero di Francesco prossimo alla morte, di fatto un’opinione personale non suffragata dall’approvazione papale. Quindi i Frati dovevano far riferimento alla Regola bollata. Ed allora vediamo qual era il pensiero di Francesco sul lavoro. Era necessario che i frati lavorassero per due motivi: innanzitutto perché l’ozio è il nemico dell’anima. Quindi se si è occupati manualmente è più difficile fuorviare dal sentiero tracciato dalla Regola. Eppoi perché, mentre i canonici secolari avevano le decime per mantenersi, i frati dovevano guadagnarsi il necessario per vivere lavorando. Ma non potevano avere possedimenti di alcun genere e quindi andavano a lavorare in giro secondo quelle che erano le proprie conoscenze e capacità. Ma non potevano ricevere denaro come compenso. Bensì soltanto beni utili per il corpo. Inoltre non potevano assumere incarichi di comando. Dovevano essere umili ed obbedienti, da qui l’appellativo di Frati Minori. Né potevano svolgere lavori che rischiavano di creare scandalo. Potevano andare a chiedere la carità in giro? Sì ma soltanto se non riuscivano ad arrivare alla fine del mese con il cibo che avevano e con grande discrezione e soprattutto per cercare viveri per i confratelli malati ed i lebbrosi. Inoltre il lavoro non sia preponderante, “non spenga lo spirito della santa orazione e devozione, al quale devono servire tutte le altre cose temporali. Le regole erano state scritte per indirizzare la vita comunitaria dei frati seguaci di Francesco. Ma almeno in un punto sono estendibili a tutti i lavoratori. Laddove raccomanda di non trasformare il lavoro in una componente preponderante della vita tanto da “spegnere orazione e devozione”. Traslando la raccomandazione alla comunità laicale possiamo tradurre che il lavoro non diventi un’opzione esclusiva tanto da sacrificare l’affetto dei propri cari e la vita sociale. Tra le attività lavorative dei frati c’è anche la predicazione, ma con limiti ben definiti: Cap. IX: “1 I frati non predichino nella diocesi di alcun vescovo qualora dallo stesso vescovo sia stato loro proibito. 2 E nessun frate osi affatto predicare al popolo, se prima non sia stato esaminato ed approvato dal ministro generale di questa fraternità e non abbia ricevuto dal medesimo l’ufficio della predicazione. 3 Ammonisco anche ed esorto gli stessi frati che, nella loro predicazione, le loro parole siano ponderate e caste, a utilità e a edificazione del popolo, annunciando ai fedeli i vizi e le virtù, la pena e la gloria con brevità di discorso, poiché il Signore sulla terra parlò con parole brevi”. Una raccomandazione che andrebbe ricordata ai parroci per le loro omelie. Una curiosità riguarda l’abbigliamento. Dovendo lavorare e quindi potendosi trovare in situazioni fisiche le più disparate, i frati francescani, sotto la tunica, dovevano indossare le brache (le mutande) onde evitare di creare scandalo o provare disagio in certe situazioni. Con il passare del tempo nei Francescani emerse anche un’altra esigenza. Per predicare con efficacia i Frati dovevano studiare, passare del tempo sui libri. E quindi anche quello intellettuale fu considerato un lavoro importante. L’incontro è stato introdotto, come detto, dal prof. Giancarlo Pellegrini, il quale, tra le altre cose, ha ricordato come, nel tempo, ci siano stati tentativi vari di portare San Francesco dalla propria parte. Un esempio quello del Fascismo. Nel 1939 san Francesco, paladino della pace che prima della conversione era stato un valente soldato, venne eletto patrono d’Italia. In realtà si sperava che essendo San Francesco votato alla pace la sua elezione a Patrono d’Italia potesse servire a togliere dalla testa di Mussolini la voglia di entrare in guerra. Così non fu e poi venne il disastro per gli Italiani. Ed il suo insegnamento, ha sottolineato il sindaco di Fossato di Vico Lorenzo Polidori, ci deve far riflettere ancora oggi e più che mai in questo mondo in subbuglio per i tanti conflitti armati. A chiudere la conferenza è stato il prof. Euro Puletti che ha ricordato come, pur non essendoci testimonianze sulla presenza fisica di Francesco nella fascia appenninica da Fossato a Scheggia, i francescani sono stati molto presenti sin dalle origini nel territorio di Costacciaro dove sono nati diversi frati che hanno avuto un ruolo importante nella chiesa come fra Bonaventura Pio Fauni (che fu segretario di una commissione del Concilio di Trento) e Fra Dionigi da Costacciaro, teologo di grande eloquenza, che fu inquisitore. Alla conferenza ha partecipato anche don Raniero Menghini nella duplice veste di membro del direttivo del Circolo Acli Ora et Labora e coordinatore dell’unità pastorale di Fossato di Vico e Sigillo. Riccardo Serroni

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